Giancarlo Franco Tramontin - Idee per la Scultura

07.11 - 07.12.2016

curated by Saverio Simi De Burgis


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Idee per la scultura
“Sono varie le tappe attraverso le quali siamo invitati a "liberare il tempo" dalla pesantezza e dall'insensatezza, acquisendo altrettante "arti", cioè quella sensibilità "poetica", vale a dire creativa, che trasfigura in virtù persino la lentezza, l'incompiuto, la perdita, la delusione, il non sapere e, alla fine, anche la morte.”
Gianfranco Ravasi, Ti amo quindi ti correggo, Il sole 24 ore, domenica 21 agosto 2016, recensione all’ultima raccolta di poesie di José Tolentino Mendonça, Liberiamo il tempo, EMI, Bologna 2016, p. 27
Un poeta dimenticato, Diego Valeri, rivela, nei suoi scritti letterari e di critica d’arte, una rara umanità e sincera gentilezza d’animo, tratti distintivi di una personalità autenticamente generosa. La raccolta di poesie Verità di uno, edita nella collana Lo Specchio di Mondadori nel 1970, al di là del suo intrinseco valore, evidenziava proprio questa specificità. Valeri era, infatti, sempre disponibile a cogliere i primi tentativi dei giovani poeti in erba o umilmente capace ad avvicinarsi con rispetto agli artisti che iniziavano la loro ricerca. Tale spiccata attenzione gli derivava probabilmente dai suoi stessi esordi, vissuti accanto al fratello Ugo, plus agé di quattordici anni, nella bohème capesarina dei primi anni del ‘900 che, come egli stesso rammenta, era più di sostanza che di facciata nella necessità di svecchiare lo stantio ambiente veneziano del momento, pur così ricco di fermenti culturali. L’urgenza di scrivere d’arte gli maturò probabilmente proprio in quel primo periodo lagunare, per poi stabilizzarsi successivamente, quando intraprese gli studi letterari, proseguiti dedicandosi parallelamente alla sua vocazione poetica. Il punto di partenza capesarino costituì sicuramente la spinta ad approfondire la poesia francese dei poètes maudits e in particolare dell’opera di Charles Baudelaire, ma anche di Mallarmé, Rimbaud e Verlaine e, con la sensibilità tipica del poeta, a trovare collegamenti intrinseci tra le arti figurative e la poesia stessa, attraverso la comune via della creatività. Sono considerazioni che tornano calzanti per esprimere il senso e il valore di tessitura tra le arti, orditi con grande umanità e allo stesso tempo con notevole acume e perspicacia nei suoi originali, quanto consapevolmente anticonformisti testi critici. Nell’assecondare l’interesse per gli studi di letteratura francese, credo che l’attenzione per Mallarmé e soprattutto per Baudelaire sia stata preponderante, considerando le analoghe passioni collaterali nei confronti delle arti figurative. D’altronde, come dicevamo innanzi, anche la cosiddetta scuola capesarina alla quale apparteneva il fratello Ugo, artista di qualità morto incompreso e prematuramente nel 1911, con a capo Gino Rossi, ma anche Arturo Martini, e successivamente Scopinich e Semeghini, guardava prioritariamente agli aggiornamenti provenienti da Parigi: a Van Gogh e soprattutto alla cerchia dei simbolisti riunitisi attorno a Gauguin che si ritrovavano a discutere d’arte nei salotti dei martedì mallarmeiani. Intanto Baudelaire elaborava le sue personalissime critiche ai Salons dei quali seguiva, più anarchicamente rispetto alla critica

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ufficiale, gli artisti che potevano maggiormente interessarlo, personalizzando, in tal senso, le sue pagine critiche. Questa è forse anche l’evidente prerogativa dei poeti che, come gli artisti, non amano mai incondizionatamente i critici, siano essi letterari o d’arte, che dovrebbero decriptare la loro componente creativa e renderla edotta a chi, altrimenti, non ne coglierebbe il senso o il significato. In verità, sia per i poeti che per gli artisti, ciò avviene raramente e, se accade, è dovuto al sincero tentativo del critico di immedesimarsi completamente nella ricerca dell’artista. Forse, con tale intenzione, possiamo spiegare la libertà di Baudelaire nel non seguire teorie o prassi critiche consolidate e così anche per Valeri che, comunque, nei suoi testi critici sulle arti, sembra farsi scrupoli e spesso si schermisce e accenna più o meno velatamente, o forse con sottile ironia, ai suoi limiti nel non ritenersi completamente un addetto ai lavori. E’ con questo spirito autentico che va letto il bellissimo testo scritto dall’ormai agé Diego Valeri nel 1972 – il poeta verrà a mancare quattro anni dopo, a Roma, nel 1976 – per presentare alcune sculture del più giovane amico Giancarlo Franco Tramontin. E’ un testo scritto di proprio pugno, chiaro e direi emblematicamente secco e vero. Sono scarne, quasi lapidarie considerazioni sull’opera dello scultore veneziano, espresse con profonda intuizione, velata da qualche dubbio per non scadere troppo in un’arrogante presunzione, a lui non congeniale, e che appartiene consapevolmente e pienamente, a questo punto e con il senno di poi, alla preveggenza dei suoi amati poeti francesi. Direi che in questo importante testo, Valeri coniughi mirabilmente l’essenza della poesia a quella della scultura proposta da Tramontin che allora già chiaramente si manifestava e che ora, con questa sua attuale personale presso la Galleria Bugno di Venezia, con coerenza e stile, si consolida definitivamente. Non c’è retorica nelle parole di Diego Valeri, c’è una verità che si conferma, a distanza di anni e nel nuovo millennio, anche nelle ultimissime opere di Tramontin. Il fatto di rilevare “queste idee… per alcune sculture…” significa entrare nello spirito della ricerca dell’artista che da sempre si compenetra nella scultura, nei suoi valori originali e assoluti allo stesso tempo, pur uscendo dai limiti imposti da ciascuna arte, ed entrando nell’ambito polivalente e sempre attuale del segno e della forma. Può apparire una valutazione contraddittoria, ma tali contenuti sono poi ulteriormente svelati quando Valeri si sofferma sulle evidenti “intelligenti e appassionate vicende interpretative della figura umana, semplificata, sintetizzata, essenzializzata; colta in qualche momento del suo perpetuo processo di trasformazione nel tempo”. Sono in effetti questi i reali “problemi”, anzi il vero “problema della scultura”, affrontato seriamente e con “impegno” dall’artista che sa coniugare, con la necessaria ironia di non prendersi troppo sul serio - direi in questo analogamente a Valeri - il “mestiere”, la conoscenza tecnica del fare al pensiero, alla sempre vivace “ispirazione”. Anche in questa occasione Valeri invocava Baudelaire e le sue considerazioni critiche sui “suoi mirabili Salons”, con particolare riferimento alla Scultura, definita in questo caso, nemmeno poi tanto tra le righe, “noiosa”: “non specificava quale, ma indubbiamente pensava a quella che le detestabili esposizioni del tempo gli mettevano sotto gli occhi: una scultura piattamente veristica, oggettivamente conforme alla realtà fisica, pompieristica, priva appunto di idee… Non c’è nulla di più inutile e, perciò noioso, di una scultura che sia il presuntuoso e sciocco doppione tridimensionale della realtà che poco fa dicevo fisica o ora direi quotidiana”. In tal senso Valeri, che aveva avuto a suo tempo l’occasione di avvicinarsi alla scuola capesarina, aveva anche apprezzato la figura e l’opera di Arturo Martini. Quest’ultimo, nel breve arco temporale in cui sarà titolare di Scultura presso l’Accademia di belle arti di Venezia, negli anni ’40, impronterà solidamente le lezioni proprio su tali principi, espressi poi con notevole lucidità in alcune sue pubblicazioni quali Scultura lingua morta e Contemplazioni, aprendo così la via a una scultura sempre più “concettuale” o che poteva far intravvedere tali presupposti ideali anche nella tradizione

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- vedi Canova ma non solo - e di cui saranno eredi, pur con formule e cifre differenti, prima Viani e poi in continuità e diversamente, Tramontin. Oggi nelle opere in marmo di quest’ultimo qui esposte, lo spessore sottilissimo raggiunto sfida la tridimensionalità tipica della scultura pur restando tale e tende a confondersi e a diventare pura luce o perlomeno a rimanere a essa soggetta, nelle conseguenti trasparenze della materia. Tali opere si compenetrano nei valori basilari e primigeni delle arti quali segno, luce, colore e forme che quindi, non solo virtualmente, raggiungono pure la dimensione del tempo, in una concreta quadrimensionalità che l’onesta, coerente lunga attività e riflessione di Tramontin dimostra di aver già pienamente e con coerenza raggiunto.

Saverio Simi de Burgis