Italo Zannier - diario anomalo di un fotografo sopravvissuto

12.03 - 22.03.2016
introduzione di Massimo Donà


ZANNIER: FOTOGRAFIA E SACRALITÀ DEL QUOTIDIANO

Se è vero, come diceva William Faulkner, che scopo di ogni artista è arrestare un movimento con mezzi artificiali, e tenerlo fermo, questo non vale - va detto - per il vero fotografo. Quest'ultimo, infatti, non vuole farci salire su un carro alato e condurci al cospetto delle idee eterne evocate da Platone; ma si insinua piuttosto negli interstizi del movimento e del divenire... ossia, guarda, apre gli occhi e "vede". Perché non ha timore del tempo che passa; e dunque non si propone di disarmarlo e vincerne la potenza deflagratoria.
II vero fotografo si sente piuttosto chiamato, dal tempo - proprio come Ulisse dal canto delle sirene. Ne è sedotto, perché sa riconoscerne il "mistero" — mai potendosi accontentare di interromperne l'inesorabile scorrimento. Il vero fotografo, insomma, guarda e "vede"; ossia, vede ciò da cui normalmente il tempo e il divenire sembrano volerci semplicemente distrarre. Ma... cosa vede, in senso proprio, il vero fotografo? Vede che il tempo, lungi dal costituirsi come un muro che ci impedirebbe di accedere alla dimensione dell'eterno, è proprio esso, in realtà, il più amorevole custode degli "attimi senza tempo" (e per ciò stesso propriamente "eterni" - fermo restando che eterno non è ciò che "dura nel tempo", ma ciò che non ha tempo... ossia l'attimo), ossia delle eterne monadi di cui è fatta ogni esistenza temporale. Il fotografo vede insomma che la "caducità" altro non è che il "vero" volto dell'eterno. Ma, se questa è la specifica attitudine che dice l'habitus di ogni fotografo degno di tale qualifica, allora Italo Zannier é "grande" fotografo. D'altro canto, solo in quanto tale, il nostro ha saputo farci innamorare - nelle migliaia di pagine da lui scritte nel corso di una vita particolarmente intensa (in qualità sia di teorico che di storico della fotografia) - dell'arte apparentemente più "democratica" di tutte. Facendoci sempre capire - ma facendocelo capire con ancora maggior efficacia in questa occasione, appunto, in veste di fotografo - che, proprio nell'apparente semplicità della fotografia (che ri produce in virtù di un banalissimo "clic" , prodotto dalla semplice pressione di un dito), si nasconde la massima complessità. Zannier ci mostra, cioè, che saper fotografare significa anzitutto "saper vedere"; da cui la destinazione sempre anche "teoretica" della fotografia - se è vero che il verbo greco theorein significa appunto "vedere". Egli non si accontenta di strappare un lembo dall'esperienza che può essergli capitato di vivere; di fissarla sulla carta, quasi d trattasse di supportare una memoria da ultimo troppo fragile e quindi bisognosa di sostegno. Ma soprattutto, con i suoi scatti, il fotografo friulano non restituisce mai il semplice significato di questa o quell'esperienza (quello che tentiamo in genere di memorizzare); ma riesce in un'impresa che ogni volta lo pone al cospetto dell'impossibie. Facendo vedere anche a noi le inesistenti monadi di cui è fatta ogni realtà. Quelle che, già teorizzate da Leibniz all'inizio del diciottesimo secolo, "negano" in modo tutto peculiare il senso che la durata temporale sempre ci restituisce, senza vanificare, peraltro, la veridicità del medesimo anzi, assoIutizzandolo. Trasfigurando cioè quella che finisce per costituirsi come la sua solo apparente irrilevaiiza o inessenzialità (da sempre connessa al "significato" che le esperienze finiscono per manifestare, ad uno sguardo anche solo minimamente consapevole). Trasfigurandola, e mostrandoci così quale sia il suo vero segreto. Mostrandoci, cioè, il suo esser fatta tutta di "attimi" che, non durando, in effetti "non sono"; ma che, proprio in virtù di tafe non-essere, riescono a metterci in contatto con il cuore più profondo della "poiesis" (attività creatrice che conduce all'essere quel che non è - secondo la definizione platonica). Come René Magritte, quindi, anche Zannier sa bene che ognuno di noi ha la sua "luna" e che ognuno di noi, quando pensa, pensa alla "sua" luna; ma anche a lui (come all'artìsta belga) interessa solo una luna: quella che ogni volta riesce, da artista qual è, a riconsegnare al suo vero esistere - e che il vorticoso scorrere dell'esperienza rischierebbe invece di offuscare, in virtù di quanto potremmo anche esserci convinti di aver capito o in qualche modo conosciuto, della medesima. Di questa qualità assoluta sono dunque fatte le mai scontate istantanee di Italo Zannier; visioni solo apparentemente familiari e quotidiane, anche là dove ritraggono lo stesso sguardo indagatore del fotografo - sorprendentemente esposto allo scatto impietoso di una techne destinata a mettere a nudo finanche la sua, di "inessenzialità". Tanto... nell'arte con la "A" maiuscola, a manifestarsi non è mai la perizia o il virtuosismo del soggetto creatore, ma il "sacro" di cui egli potrà essersi fatto, più semplicemente, testimone. Quello stesso che, ogni volta, torna a sorprenderci, come sanno fare appunto le bellissime foto di questa mostra.

Massimo Dona